visitato *loading* volte
A Simpa
L'onda sinuosa corona
Screziati smeraldi
Protesi a fessura
Vibrante è il preludio
Smarrimento all'incontro
Mi perdo e ritrovo
Inespressa follia
E’ sempre un piacere leggere tra gli appuntamenti il nome dei signori Mesoni, ed eccoli lì, all’uscio dell’ambulatorio con la solita espressione apprensiva e benevola.
“Signori Mesoni!! Prego accomodatevi pure, allora come andiamo?”
Sedendosi e poggiando la cesta sulle ginocchia la Signora fece un respiro profondo e tutto d’un fiato, quasi a volersi togliere un gran peso, sibilò dolcemente: “Buongiorno dottoressa, va bene, bene, i soliti acciacchi dell’età, ma sa, è per Leo, credo non sia molto in forma, non mangia da un giorno intero ormai, siamo preoccupati”
“Visitiamolo e vediamo cosa c’è che non va, forza tiriamo fuori il giovanotto!”
Ed eccolo lì, un gattone preoccupato, ma amichevole che mi guardava con sospetto: aveva solo tre anni ed una salute di ferro. Almeno sin ora.
Ma la massima apprensione non era certo sul muso di Leo: nulla confronto ai visi contratti e cupi dei signori Mesoni. Il marito, solitamente amichevole, era chiuso nella sua ansia e non aveva ancora detto parola.
Non sopportavo vederli così e d’altronde sapevo bene cosa stessero aspettando: “Suvvia, vedrete che non è nulla, Leo è giovane e forte, con qualche puntura lo rimettiamo a nuovo!”
Si illuminarono, cambiarono espressione tornando, non proprio sereni, ma evidentemente più tranquilli, con mia gran soddisfazione.
“Dice dottoressa? Non è grave allora? Si rimetterà? Sa, siamo tanto affezionati a questo monello!”
E lo erano davvero. Non avevano mai avuto animali prima d’ora, Leo è capitato nella loro vita per caso, un caso benevolo senza dubbio. Benevolo per entrambi: il malconcio randagio ha trovato quanto di meglio un gatto possa sognare ed i signori Mesoni hanno portato in casa una ventata di allegria di cui certo avevano bisogno. Un quadro perfetto.
Come immaginavo, la visita non rilevò nulla di anomalo, ma a scanso di equivoci un esame del sangue era d’obbligo, fosse solo per far dormire sonni tranquilli agli ansiosi proprietari.
“Andate pure, è inutile che aspettiate qui l’esito, vi chiamo appena ho i risultati”
Sono passati molti anni ormai da quando ho iniziato questo lavoro, ma ancora provo un terribile disagio a comunicare brutte notizie.
Ed erano pessime le notizie che stavo per dare ai signori Mesoni.
“Gli esami del sangue hanno dato positività per una malattia detta FeLV, è meglio che veniate qui così ne parliamo un po’ e facciamo qualche altro esame per capire meglio come sta Leo.”
Evidentemente al telefono non fui molto brava e il mio tentativo di apparire tranquilla aveva bisogno di strategie più convincenti: arrivarono in clinica quasi in lacrime. Nulla confronto alla disperazione di quando uscirono dall’ambulatorio.
Vedere sulla lastra quella terribile massa proprio lì, tra i polmoni fu di sicuro l’ultima cosa che avrei voluto. Ma dover spiegare ai signori Mesoni cosa avevo visto fu anche peggio. Già vedendo la mia faccia, di ritorno dalla camera oscura, i loro occhi si riempirono di lacrime e, prima ancora che finissi di spiegare quanto il destino fosse stato ingiusto col povero Leo, piangevano per disperazione più totale.
E’ stato straziante. Guardavo lo sfortunato micio, pensando un paradossale “beato te che ancora non sai”. No, non poteva essere già arrivato il suo momento! Solo tre anni e una famiglia invidiabile, no, non poteva essere.
Leo rimase in clinica per potergli dare tutte le cure necessarie e i signori Mesoni tornarono a casa senza il loro compagno.
Solo dopo poche ore ci fu a prima telefonata, la Signora faceva fatica a parlare, con un nodo alla gola balbettò: “Dottoressa non vogliamo farlo soffrire, se non c’è nulla da fare abbiamo deciso di fare l’eutanasia”.
Suonò come una pugnalata. “Per quello c’è tempo, vediamo come risponde alla terapia, Leo non sta soffrendo, proviamoci!”
In serata venne a trovare Leo, si trascinò in clinica, da sola: “mio marito non ce la fa a venire, è tutto il giorno che piange”.
Aveva il viso stanco e gli occhi gonfi che, ancora una volta, si riempirono di lacrime vedendo il micio attaccato alla flebo.
Avrei voluto abbracciarla, dirle di farsi forza, ma qualcun altro avrebbe prima dovuto farlo con me. Non sono riuscita a dire nulla o quasi. Di certo nulla di confortante, non abbastanza almeno.
Passarono un paio di giorni, Leo non dava segno di miglioramento, la Signora Mesoni era sempre più l’ombra di se stessa e il marito non si fece ne vedere ne sentire.
Cedettero. Arrivò la telefonata che temevo: “Dottoressa non ce la facciamo più a piangere, non ce la facciamo più. Mio marito piange tutto il giorno, qualsiasi cosa faccia, così, di punto in bianco scoppia a piangere. Abbiamo deciso di sopprimere Leo.”
Era determinata, non riuscii a farle cambiare idea. E forse non ne avevo nemmeno il diritto.
La sera stessa Leo si addormentò per sempre, tra le braccia della sua amata proprietaria. E’ stata forte la signora Mesoni: ha pianto, non è riuscita a fermarsi un secondo, ma è stata con Leo sino alla fine. Avrei voluto poter piangere anch’io.
Qualche tempo dopo proposi loro di adottare un altro gattino: “vi farà compagnia, vedrete che gli vorrete bene”, ma non ne vollero sapere. Il signore Mesoni era ancora distrutto e stanco: “mai più animali a casa mia!”
Era una fredda mattina di gennaio, una di quelle giornate in cui hai a che fare con i clienti più strani.
“Prego il prossimo!”
Con finta sorpresa, ma gran gioia, sobbalzai: “Signori Mesoni! Prego, entrate! Come va? Come mai da queste parti?”
Erano lì, davanti a me, tutti e due, belli e sorridenti, non senza un briciolo di apprensione nel volto, ma sereni, con gli occhi brillanti dei bambini: “Oh, dottoressa, ci sono novità! Guardi, guardi cosa abbiamo qui!”
Dentro la cesta che era stata di Leo c’era ora un piccolo botolo di pelo grigio: “Oh, che meraviglia!! Ma chi è?!?”
“L’abbiamo chiamata Sissi, l’abbiamo trovata la vigilia di Natale, qualcuno ha suonato e ha lasciato questa povera micina dietro la porta, era così piccola, ma la guardi non è meravigliosa?”
“Assolutamente sì, è splendida! Ma forza, la tiri fuori che le diamo un’occhiata!”
Aspettare in macchina è quasi sempre terribilmente noioso, ma quella volta il caldo appiccicoso e un'insolita impazienza resero l'attesa veramente interminabile.
Finalmente Daniela uscì trionfante dall'angusto stanzino accompagnata da un bianchissimo ed ancor più vaporoso setter. Lo stesso setter grigiastro e arruffato che un'ora prima avevamo lasciato alla robusta signora della toeletta per cani. Ha del miracoloso l'effetto che un potente shampoo associato ad energiche spazzolate può fare su un pelo poco curato.
Leo era uno di quei setter che passano tutta la loro vita confinati in un box nella sola attesa della domenica mattina, quando tutto ritorna ad avere un senso: un lavoro importante da fare con l'amato padrone, l'odore del selvatico, i rovi da attraversare, gli altri cani con cui competere, la tensione della ferma, i secondi interminabili prima che la quaglia parta, poi lo sparo assordante... che espressione soddisfatta e che occhi sognanti hanno questi cani quando possono tornare dal cacciatore con la bocca piena.
La loro via ha senso solo per poche ore alla settimana, ma si sa, questo è il prezzo da pagare per vivere in branco.
La macchina era prepotentemente invasa dal profumo del balsamo e le nostre discussioni accompagnate da un incessante e veloce ansimare.
Daniela diete un'occhiata a Leo attraverso lo specchietto retrovisore: "Potremmo portarlo a sgranchire le zampe in spiaggia, a quest'ora non troviamo nessuno" Non ero convinta che la sabbia fosse il miglior seguito di una toeletta, ma vedere un cane correre in riva al mare è un piacere che non riesco a negarmi.
Effettivamente la spiaggia era deserta. Solo qualche metro più in là, sugli scogli, un pescatore se ne stava seduto su un seggiolino reggendo senza fatica la lunga canna da pesca. Non ci degnò di uno sguardo.
Dopo un po' di indecisione Daniela decise di sciogliere Leo che, immediatamente, naso a terra e passo spedito, perlustrò accuratamente tutta la spiaggia dirigendosi poi con convinzione verso il mare. Era abituato a nuotare, ma l'acqua salata lo lasciò perplesso e ogni tentativo di dissetarsi era seguito da smorfie, starnuti e qualche poco convinto abbaio.
Un attimo dopo, quello che pareva un buffo ed insicuro pagliaccio, nuotava spedito verso il largo, ovviamente sordo ad ogni richiamo. Puntava dritto verso gli scogli, a breve li raggiunse, si arrampicò con un'agilità che non ci si aspetta da un undicenne con qualche kilo di troppo che passa tutto il giorno a dormire, e qui decise di fermarsi un attimo per decidere il da farsi.
Me ne stavo impotente sulla spiaggia stordita dalle urla isteriche di Daniela tanto inutili quanto fastidiose: si agitava, gesticolava, lo chiamava ora con tono invitante promettendo succulenti premi, ora con rabbia e nervosismo maledicendo la cocciutaggine del povero setter. Ma l'unico che parve notare tanto spreco di fiato fu il pescatore: uno sguardo gelido ci fulminò accompagnato da qualche scocciato borbottio. Ma le uniche parole che si potevano sentire nell'arco di qualche decina di metri erano gli acuti di Daniela... eppure non era difficile immaginare cosa passasse per la testa di quell'uomo: se i pesci erano infastiditi quanto noi dalle urla di certo non avrebbero mai abboccato.
Leo, data una rapida occhiata, avvistò l'obbiettivo: qualcosa laggiù in fondo galleggiava: c'è solo una cosa che un cane da caccia può fare in questa situazione. Con decisione si tuffò come il migliore dei terranova e, stanco, ma determinato, si diresse verso il misterioso oggetto. Mi sembrò di vederla la profonda delusione disegnata sul suo muso quando preso in bocca l'agognato trofeo lo sputò con decisione: era solo una bottiglia!! Sconsolato e allo stremo delle forze decise che il suo dovere l'aveva fatto e, con una lentezza angosciante, tornò a riva.
Non c'era più nulla del peluche profumato di venti minuti prima: eccolo lì, sgocciolante e sfinito, col pungente odore di cane bagnato e con l'espressione fiera e orgogliosa di chi si aspetta un complimento. Infondo aveva fatto l'uinica cosa che sapeva fare, l'unica cosa che gli permettesse di sentirsi parte del branco, quel branco che per accoglierti spesso ti fa pagare un prezzo molto caro.
Un kuvasz è stato il mio primo cane e molti dei ricordi più toccanti che ho sono legati alla mia amata Zenda il cui nome è diventato il mio nickname. Molte cose potrei raccontare di lei, ma inizio con quella che ancora oggi mi emoziona profondamente.
Nel 1985, quando Zenda aveva 10 mesi, decidemmo di darle un compagno di giochi e così arrivò a casa un bellissimo cucciolotto di kuvasz che si chiamava Czeles. Lei, in verità, non fu molto entusiasta di questo arrivo (era molto gelosa), ma dopo pochi mesi ed in barba al fatto che Czeles non sembrava affatto interessato in affari d'amore, Zenda rimase incinta. Lei era molto giovane, solo 18 mesi e noi (gli umani genitori) molto preoccupati circa la nascita dei cuccioli. Avremmo voluto che lei partorisse in casa ed avevamo preparato un bellissimo box da parto in una camera ma quando arrivò il momento della nascita dei cuccioli lei decise di andare fuori in giardino nella sua casetta.
Era uno strano giorno di febbraio, qui vicino Roma. Il pallido sole invernale e la temperatura quasi primaverile non facevano presagire quello che sarebbe stato il giorno dopo. All'una del pomeriggio il parto iniziò. Mio marito ed io eravamo fuori alla casetta ed ansiosi spiavamo attraverso una piccola finestra, quando finalmente vedemmo apparire una bella bolla bianca ed un fantastico cucciolo bianco venne alla luce, ma.....sembrava morto.
Zenda lo leccò per alcuni minuti ma purtroppo... niente da fare. Noi eravamo angosciati e dispiaciuti per lei, quando inaspettatamente la vedemmo alzarsi in piedi e colpire con la zampa per tre o quattro volte il piccolo torace del cucciolo....finalmente il piccino iniziò a respirare. Noi eravamo in lacrime, commossi e increduli e non riuscivamo a credere che Zenda sapesse cosa fosse un massaggio cardiaco, ma invece evidentemente lei lo sapeva. Dopo il primo cucciolo altri otto ne nacquero, l'ultimo alle 11 di sera. Zenda sapeva perfettamente cosa doveva fare, sembrava una catena di montaggio, li leccava, tagliava il cordone ombelicale, li metteva in fila e ricominciava. A notte fonda andammo a dormire, ed il giorno dopo, quando ci alzammo, tutto era sotto una spessa e bianca coperta di neve. La più grossa nevicata vicino Roma dal 1963.
- Chiunque può pubblicare gratuitamente i propri scritti su AnimalWeb
- L'autore del testo inviato a non cede alcun diritto d'utilizzazione economica o non economica dello stesso. AnimalWeb, non avendo quindi alcun diritto sui testi pubblicati, non è responsabile di eventuali violazioni dei diritti d'autore e non tutela i diritti d'autore sui lavori pubblicati che restano di pertinenza esclusiva dell'autore.
- La pubblicazione di testi nel sito avvinene in modalità automatica senza alcun controllo da parte di AnimalWeb, pertanto la responsabilità di tutto ciò che l'iscritto pubblica è esclusivamente dell'iscritto stesso.
- AnimalWeb può in qualsiasi momento e a suo insindacabile giudizio decidere di cancellare degli scritti pubblicati all'interno del sito e di sospendere o annullare l'accesso al servizio da parte dell'iscritto.
- Tutti possono leggere e commentare liberamente i brani pubblicati. I messaggi ritenuti offensivi verranno cancellati.
- Per poter pubblicare i brani è necessario iscriversi. Ecco come fare: inviare una mail (cliccate su "iscriviti" nella colonna verde a sinistra) con oggetto "iscrizione a scrivendo di animali" e specificando un indirizzo mail valido. A breve riceverete una mail di risposta con le indicazioni per confermare l'iscrizione e potrete subito pubblicare liberamente i vostri scritti.